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Oliviero Toscani al Giro d’Italia

Postato il 03.05.2018 da write@toscani.com Commenti Commenti disabilitati su Oliviero Toscani al Giro d’Italia

Coppi o Bartali? «Erano un unicum, Coppi era l’hi-tech, il futuro. Ma io ero bartaliano, lui era un pedalatore, un faticatore, e anche uno impegnato, con quel suo ritornello da toscanaccio “l’e tutto sbagliato, l’è tutto da rifare” era un bastian contrario che conquistava subito, era un vero situazionista. Per questo mi piaceva».
Anche Oliviero Toscani, fotografo di alta gamma, si diverte parecchio a ribaltare le situazioni, a scompigliare le carte proprio come facevano i filosofi situazionisti, provocatori creativi, protagonisti nel Sessantotto.
Ginnastica intellettuale che Toscani ha praticato per tutta la vita con il suo obiettivo irriverente e che promette di continuare anche al Giro d’Italia prossimo venturo, in marcia dal 4 maggio, dove Toscani scenderà in campo come fotografo nelle tappe di Gerusalemme, Assisi, Trento, Venaria Reale e Roma.
Un debutto al Giro a 76 anni, realizzando un sogno che Oliviero si porta dentro da quando, ragazzino, vedeva sparire – con infinita invidia – il padre Fedele, fotografo del Corriere della Sera, per tre settimane sulle strade d’Italia, dietro alla carovana degli eroi su due ruote. E mentre canticchia «Bartali», la canzone di Paolo Conte che meglio ha raccontato in musica la storia del Novecento ciclistico e non solo ciclistico – quel naso triste da italiano allegro e i francesi che s’incazzano… – Oliviero racconta come sarà questo viaggio di padre in figlio. Da Toscani a Toscani.
Andrà a caccia dei nuovi Coppi e Bartali? Ma esistono ancora eroi così?
«Non so, vado là a cercarli. Di sicuro nel mondo del ciclismo possono ancora esistere. Vedremo, esplorerò le situazioni».
A 76 anni Toscani è appena tornato a scattare campagne pubblicitarie per la Benetton e ora si rimette a fare (quasi) il fotoreporter.
«Continuo a tornare indietro…».
Questa volta sulle orme di suo padre Fedele – sua l’immagine di Indro Montanelli chino a scrivere sulla Lettera 22, suo lo scoop fotografico dei duchi di Windsor in love a Villa d’este a Como – su strade che lui aveva percorso innumerevoli volte.
«Al suo confronto io sono un fighetto. Mio padre andava in motocicletta e faceva una gran fatica: una volta si era sparsa la voce che Coppi era caduto in montagna, lui in camicia tornò indietro tutto sudato e si beccò una pleurite: fece un anno e mezzo di sanatorio. Il Giro di mio padre era molto più pesante. Per tutti, anche per la carovana che lo seguiva. Io arrivo sul set con un telone grigio, delle lampade speciali e monto un piccolo studio fotografico lì. I ciclisti passano davanti alle mie forche caudine e io li fotografo».
E cosa gli farà fare?
«Quel che capita, dipende dalla situazione. Guarderò i visi, i muscoli, gli dirò di guardare nel mio obiettivo. Magari gli chiedo di mettersi la bici in spalla. Magari a Gerusalemme, che è una tappa a cronometro, li fotografo prima e dopo. Mi piace questa idea che non ci sia niente di programmato, che non so bene come sarà. Sceglierò tra le righe, al momento. Sarà un reportage meno tradizionale, un po’ un’evoluzione dal Giro del mio papà».
Lo ha mai seguito, papà Fedele al Giro?
«Avrei fatto qualunque cosa per andargli dietro, sognavo di potergli portare la borsa. Ma sono andato solo due volte con lui, avrò avuto quindici anni, tanto da poter vedere Coppi e Bartali da vicino».
Emozioni irripetibili, da Italia anni Cinquanta, quando il Paese faceva silenzio e parlava solo il Giro. Certo però che il ciclismo resta sport da faticatori, come li chiama lei.
«È lo sport più faticoso che ci sia. Ti uccide. Non so se sono più mostri o più eroi. Superman, macchine da guerra, Un giorno dopo l’altro, 200 chilometri al giorno, una tortura».
Che lei conosce bene…
«Sì, ho la passione anch’io. Vado da solo. Da casa mia in Toscana parto la mattina all’alba, faccio il viale di Bolgheri a San Guido».
Proprio quello del Carducci, con i cipressi «in duplice filar»…
«Un lusso. Poi in leggera salita salgo a Castagneto, Sassetta, mi faccio un 50/60 chilometri al giorno, ma sono un brocco in confronto a loro, anche se in fin dei conti vado rispettato perché ho una certa età».
Patito anche delle bici oltre che della fatica?
«Ne ho almeno una decina, una vecchia Bianchi, una Colnago, una Masi (hanno ancora l’officina dentro al Vigorelli), bici che si portano dietro una storia. Ma anche due o tre superleggere, una Bmc svizzera tecnologica, e una Pinarello assistita elettricamente».
Ma così non vale!
«Non creda, fai fatica anche lì. È il bello del ciclismo. E del pedalare».

 

MARIA LUISA AGNESE

 

fonte: cinquantamila.corriere.it