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Scuola di fotografia in stile Toscani: «Vieterò ai bimbi l’uso del cellulare»

Postato il 24.07.2017 da write@toscani.com Commenti Commenti disabilitati su Scuola di fotografia in stile Toscani: «Vieterò ai bimbi l’uso del cellulare»

Marirosa Toscani, 86 anni, sorella maggiore di Oliviero e moglie di Aldo Ballo, fotografa da una vita, ha chiesto in Comune di poter esaudire un sogno: entrare nelle scuole elementari e insegnare ai bambini

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Un sorriso disarmante. Il peso appoggiato con disinvoltura al bastone da passeggio. Incedeva così, verso Palazzo Marino. Mezzogiorno di mercoledì. Qualcuno l’attendeva in piazza Scala. Per parlare di fotografia, e quindi di poesia. Marirosa Toscani, 86 anni, sorella maggiore di Oliviero e moglie di Aldo Ballo, fotografa da una vita, ha chiesto in Comune di poter esaudire un sogno: entrare nelle scuole elementari e spiegare ai bambini, in una lezione o un breve corso, «qual è il valore delle rappresentazioni che restano ferme sulla carta». Il senso è: scattano tutti, da ogni angolo, ma quella non è fotografia, è solo una forma (banale e social) di descrizione «aggiustata» delle proprie esperienze. «La fotografia vera — quella che dalle correzioni istantanee viene rovinata, non migliorata — è tutt’altra cosa». E ancora: «Bisogna contrastare lo smodato, spesso deprecabile, uso di immagini prodotte con il telefonino. L’unica è lavorare sui bambini che ancora non sono stati contagiati dalla smania del click ad ogni passo».

«Ariete di segno zodiacale, di testa e di pancia», lo sguardo ironico dietro ai grandi occhiali azzurri. Il desiderio di Marirosa è semplice e lei lo ha confidato alla vicesindaco Anna Scavuzzo : «Voglio insegnare la poesia». L’ingombro della macchina fotografica per cui sistemare il fuoco, calcolare la luce, verificare l’inquadratura. L’attesa per la stampa, nella camera oscura. Ma anche i segreti del digitale. «Tutto questo merita di vivere nella memoria di ognuno come esperienza — dice —. I bambini devono provare prima che sia troppo tardi. Prima che il telefonino entri con prepotenza nelle loro vite».

Si sovrappongono i ricordi personali, la famiglia e il lavoro:«Eravamo tre fratelli. Brunella che avrebbe dovuto scrivere, io che avrei dovuto fotografare come il papà. E poi Oliviero, di undici anni più piccolo di me — racconta Marirosa —. Era un bambino scapestrato, va dicendo che sono stata io a “obbligarlo”. Ed è vero, rivivo come fosse ieri il suo primo scatto. Eravamo ad una gara automobilistica, ritrasse una Ascari fiammeggiante…».

Marirosa conserva tutte le foto nel ricchissimo archivio dello storico studio milanese di via Tristano Calco, vicino a viale Papiniano: laboratorio e fucina di idee aperto negli anni 50 con il marito, Aldo Ballo, scomparso nel 1994 e fratello del critico d’arte Guido. I coniugi ritrassero artisti e oggetti di design diventati cult. Li scelsero per l’ironia e l’efficienza, ad esempio, Gae Aulenti, Bruno Munari, Mario Bellini, o Ettore Sottsass. Molte loro immagini sono entrate nell’immaginario collettivo, tutt’oggi riferimento per il design. «Io e Aldo arrivavamo entrambi da Brera ma Aldo frequentava Architettura e ai tempi aveva anche una morosa — sorride —. Un giorno presi l’iniziativa, gli chiesi di aiutarmi a fare la fotoreporter, e così iniziò tutto…».

Nessuna timidezza, mentre sale gli imponenti scaloni di Palazzo Marino. In una lettera si è presentata anche al sindaco: «Sono fotografa io stessa e poi figlia, sorella, moglie e nonna di altrettanti fotografi. Mi sento la persona giusta per trasmettere ai bambini il senso dello scatto». Membro del direttivo dell’associazione Afip International presieduto da Giovanni Gastel, che raccoglie tutti i maggiori fotografi professionisti italiani, la signora promette di coinvolgere anche i colleghi: «Con l’associazione potremmo contattare i produttori di macchine fotografiche per cercare un contributo al progetto». Le prime classi elementari, con alunni di sei anni, nella sua idea farebbero da test: «Un magnifico esempio per lo sviluppo della nostra iniziativa». E conclude: «A nome di tutti i bambini, ringrazio per l’attenzione».