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Oliviero Toscani: «I giovani viziati sono più vecchi di me»

Postato il 06.03.2017 da write@toscani.com Commenti Commenti disabilitati su Oliviero Toscani: «I giovani viziati sono più vecchi di me»

È uno dei fotografi più famosi del mondo, si è inventato un modo di essere testimone del suo tempo, odia i pubblicitari, detesta i giovani (alcuni) e i social network. E considera il fallimento la vera virtù.

di Bruno Giurato

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Oliviero Toscani: «I giovani viziati sono più vecchi di me»

È uno dei fotografi più famosi del mondo, si è inventato un modo di essere testimone del suo tempo, odia i pubblicitari, detesta i giovani (alcuni) e i social network. E considera il fallimento la vera virtù

Altro che “shockvertising”, altro che campagne pubblicitarie fatte per colpire l’opinione pubblica. Diamo un’occhiata ai fatti, vale a dire, trattandosi di artista, alle opere, vale a dire trattandosi di fotografo, alle foto. A cominciare dalla gigantografia del 2007 con lo scatto della modella Isabelle Caro mangiata dall’anoressia. La Caro sarebbe morta tre anni dopo. Non è shock. È cronaca. Cose che succedono. O la serie dei manifesti sui condannati a morte che raffigurano veri condannati. O gli indumenti insanguinati di Marinko Gagro ucciso nella guerra in Bosnia nel 1994. Cronaca di guerra .

Oliviero Toscani ha rivoluzionato già dalla fine degli anni 70 il mondo della pubblicità -che consiste nel regalare sogni e desideri- infiocchettando pezzi spietati di realtà, e il suo modus è diventato provocazione solo nella ricezione, svegliando la censura, facendo discutere. Ma nasce innanzitutto come cronaca.

E gli sforzi di Toscani per togliere la fotografia dalla sua dimensione estetizzante si notano molto bene già dai suoi lavori come ritrattista. Un’antologia superlativa la troviamo alla mostra milanese Più di 50 anni di magnifici fallimenti, curata da Nicolas Ballario, aperta alla Whitelight Art Gallery fino al 28 aprile. Tra l’altro Toscani sarà giudice insieme a Darcy Padilla e Caroline Hunter del talent show Master Of Photography, in onda da maggio su Sky Arte.

Più di 50 anni di fallimenti. 75 anni appena compiuti (il 28 febbraio) ben portati. «Sono un radicale sfigato, come lei», dice dando qualche dubbio all’intervistatore di avere un’aria fin troppo democratica e deracinè , mentre lui, Toscani pesca nel cellulare una foto con Marco Pannella, scattata negli ultimi giorni di vita del gran teramano. «Pannella mi indicava la finestra e diceva: “vedi quel piccione lì, mi vuol bene, viene a trovarmi tutti i giorni”»

Suo padre, Fedele Toscani, è stato il primo fotoreporter del Corriere della Sera. Sue le fotografie i Montanelli con la Olivetti lettera 22, sue le foto di Mussolini a Piazzale Loreto. Cosa le ha insegnato?
Mi ha lasciato l’onestà del guardare, e soprattutto del sentire.

Che vuol dire?

Vedere davvero cosa sta succedendo. Anticipare le cose. Mi ha dato il senso della contemporaneità.

E questo le è stato utile, per inventare alcune delle sue campagna pubblicitarie
Io non faccio campagna pubblicitarie. Faccio fotografie. Ho lavorato con degli imprenditori, ma non ho mai lavorato con delle agenzie pubblicitarie, delle quali non ho nessun rispetto.

 

Perché?

Sono dei cazzoni, fanno le ricerche di mercato, vogliono il consenso immediato. Loro dicono: la signora Maria non capisce un cazzo, ma sono loro le signore Maria. Come fa uno a farsi chiamare “direttore creativo”? Manco il padreterno.

I pubblicitari sono dei cazzoni, fanno le ricerche di mercato, vogliono il consenso immediato. Loro dicono: la signora Maria non capisce un cazzo, ma sono loro le signore Maria. Come fa uno a farsi chiamare “direttore creativo”? Manco il padreterno

 

E cosa pensa di aver lasciato ai suoi figli?

Penso di avergli insegnato a non voler essere inutilmente ambiziosi. A non voler essere più di quello che sono.

 

Lei non è mai stato ambizioso?

Ma per carità. Avessi voluto, cazzo.

 

Il successo e la fama però sono arrivati eccome. Cosa voleva?

Raccontare il mio tempo, essere testimone del mio tempo. Ho la stessa età di Bob Dylan, e Muhammed Alì. Ho un anno in più di Mario Monti, ma lui non ha visto niente. Ha perso il treno. Un milanese col loden.

 

Una sua polemica recente, quella contro i giovani

Non ce l’ho con i giovani, ce l’ho con certi giovani. Quelli viziati. Quelli che pensano che automaticamente la scuola e l’università li debbano portare da qualche parte, come se fosse un diritto. Ma non so da dove vengano questi diritti. Dicono: «Ah, io ho due lauree e non ho lavoro». Bene, vuol dire che sei stupido.

Ma non è una cosa un po’ paradossale che la generazione dei 60-70 enni sia ancora, nell’immaginario comune, quella dei giovani?

Lo so, ma, per esempio, ne ho pieni i coglioni che la musica sia ancora quella dei Beatles e dei Rolling Stones. Voglio ascoltare musica nuova. Ma questa musica dov’è? Cosa c’è di nuovo? Non sento niente di nuovo in giro.

Umberto Eco disse: «i social network hanno dato voce a legioni di imbecilli».
E io aggiungo: hanno messo gli imbecilli in ordine alfabetico. Se c’è una cosa non sociale sono i social network. Rendono semplicemente la gente stupida. Rincretiniscono.

 

Zuckerberg sta mettendo fuori la testa per entrare in politica…

Come ha fatto Berlusconi, a suo tempo. Alla gente piace avere dei dittatori.

 

Ha detto che la Clinton le faceva molto più schifo di Trump. È ancora così?

Adesso, se voglio, posso criticare Trump. Ma una stronza simile a capo dei democratici americani non mi piace e non mi piaceva, tantomeno come presidente. Hillary è una pura donna di potere, è sgradevole. L’ho anche fotografata…

 

C’è una fisiognomica della sgradevolezza?

Si vede subito. Ho fotografato migliaia di persone. Quando una persona mi si presenta davanti per me la foto è fatta. E anche la persona è fatta. La gente è trasparente.

 

Ha il progetto Razza umana che va avanti da anni, fotografie di gente comune.
Il mondo è fatto di esseri umani, non architettura.

Razzismo, omosessualità, guerra. Le sue foto hanno modificato il modo di sentire delle persone. Conta più la politica o la cultura?
Ogni immagine è anche politica. Io non faccio niente per cambiare niente. Non fate i mitomani voi giovani. Faccio semplicemente quello che mi piace fare, e per fortuna questo mi ha dato la possibilità di vivere, anche bene. Senza stipendio, senza posto fisso. Ci sono due o tre cose che ho imparato…

 

Per esempio?

Non cercare idee. I pubblicitari, appunto, cercano idee. Chi cerca idee è perché non ne ha. Non ci sono idee, ci sono visioni che vengono concretizzate. Se cerchi un’idea troverai sempre un’idea del cazzo.

 

L’arte contemporanea è spesso fatta più di concetti e di idee che di artigianalità…
L’arte contemporanea non mi interessa perché non è più arte. È roba che i ricchi si scambiano l’uno con l’altro. L’arte invece deve essere un servizio pubblico, non può essere mai privata. L’arte è cultura, ti deve portare a capire, a vedere, a sentire cose che non arriveresti a capire a vedere a sentire. La Crocifissione del Rosso Fiorentino non ti porta a capire solo il fatto religioso, ma la profondità delle cose in generale. L’arte serve a questo. Invece l’arte contemporanea sono solo cagate che servono a collezionisti, che si scambiano a prezzi folli. E poi la moglie di un texano le compra, per appartenere al mondo dell’arte.

 

E la fotografia?

Da quando c’è esiste la vera documentazione della condizione umana. Se ci fosse stata ai tempi di Cristo forse Cristo non sarebbe così importante. La Bibbia forse non sarebbe stata scritta. Tanti eroi non avrebbero un monumento se avessimo documentato le violenze che hanno fatto. Al giorno d’oggi la vera arte, la nostra percezione della realtà, è l’immagine. Nei miei workshop lavoro con psicologi e altri artisti, non solo sulla tecnica fotografica. E noi viviamo di immagine. Il 95 per cento di quello che conosciamo lo conosciamo attraverso foto. E per di più tutti sanno fotografare.

 

Non c’è bisogno di tecnica?

Ma no.

 

Qual è il suo fotografo preferito?

Ce n’era uno in Piazza Duomo, che aveva a che fare con i piccioni che mi piace tanto, mi ricordassi il nome…

 

Sì, vabbè…

Ma il più bravo forse è Richard Avedon

 

Ha detto che le donne devono essere sobrie, dare più importanza all’essere piuttosto che al sembrare. Le femministe le hanno fatto un macello…
Bah, comunque sì. La professione di “figa” è diventata la professione più importante per una donna. Le donne preferiscono essere fighe piuttosto che intelligenti.

 

Le fiche sono noioise, e il burqa delle donne occidentali è il nudo?

No è Prada. È la moda. Una donna si mette il marchio e si sente sicura.

 

Domanda privata. È sposato da tanti anni, con Kirsti Moseng

Vuole sapere se mi tira ancora l’uccello?

 

No, grazie, e poi ci sono le pillole. Vorremmo sapere se anche per lei come, diceva Vittorio Gassmann, il matrimonio ha qualcosa di eroticamente interessante…
Altroché: più passa il tempo e più devi essere un maniaco sessuale. Infierire per 40 anni sulla stessa donna è una roba da maniaci. Comunque sul mio sito si vede, non occorre il matrimonio, basta una fotografia assieme.

 

Lei ha avuto parecchi guai con la censura

La censura ha avuto parecchi guai con me

 

Bene, che ne pensa della satira di Charlie Hebdo, sul terremoto o su Rigopiano?
Penso che anche quello che non mi piace ha diritto a esprimersi. A me Charlie Hebdo non piace. Ma anche se fanno la cosa più sgradevole che io possa pensare, hanno comunque diritto di farla.

 

Ha detto che i libri servono solo per sedercisi?

No, non lo penso. Ma mi fanno tristezza le librerie, piene di libri che nessuno legge. E allora meglio sedercisi, su una pila di libri.

 

Le campagne pubblicitarie più difficili sono quelle a promozione della lettura. Perché?
Queste campagne vengono fatte dai ministeri, e chi giudica alla fine è un funzionario, dei politici. Gli ultimi a capire le cose. La gestione della cultura e il giudizio finale viene da loro, e quindi sbagliano tutto. Ma fare una campagna sulla lettura per me sarebbe divertente.

 

Trova?

All’uscita dei film c’è sempre qualcuno che dice “il libro è meglio”. Ecco. L’immaginazione in un libro non è costosa, ed è più grande di quello che un film riesce a dare. Si può immaginare l’irrealizzabile da qualsiasi regista.

 

A proposito dell’impossibile, ha detto che Padre Pio era come Hitler?

Un imbroglione. Una volta mi invitarono a San Giovanni Rotondo, attraverso Renzo Piano che gli ha fatto la chiesa (una cosa bruttissima). Il priore voleva che facessi un libro. Sono stato in una cella da frate, e andavo a mangiare coi fratini, la cosa più bella. E poi sono andato in giro, per santuari e ospedali. Raramente ho visto qualcosa di così disgustoso.

 

Cosa?

Il più grosso imbroglio che io abbia mai visto. Le crostine delle piaghe di Padre Pio. Le reliquie di sto paranoico. Un gangster religioso.

 

La sua mostra si intitola 50 anni di magnifici fallimenti.
Fallire è essenziale. Colombo scoprì l’America fallendo come scopritore dell’India. Pensi al comunismo. Pensi a Che Guevara. Uno schizofrenico. Grandioso. Che non ha fatto niente.

 

Non ha fatto niente?

Io conosco Regis Dabray, che era suo amico, ed era con lui in Bolivia. Mi ha raccontato che Guevara era un paranoico esaltato. MI ha raccontato che sono partiti in 101, e non c’è stato un campesino che capisse quello che dicevamo. «Non abbiamo convinto nessuno. Man mano ci uccidevano, ma non ci seguivano», mi raccontava Debray. Tutti i rivoluzionari sono dei paranoici. Dei falliti. Degli anormali assoluti. Così tutti gli artisti.

Qual è stato il suo peggior fallimento?

Il mio miglior fallimento, semmai. Essere nato. Il vero fallimento sarà, forse morire. A parte diventare vecchio. La vecchiaia è il castigo di essere ancora vivi. Sei ancora vivo? bene, beccati 75 anni. Morire a 25 non è castigo. Morire presto è una fortuna. Se James Dean fosse ancora vivo, dopo tre film del cazzo, sarebbe una sega. La sua morte è stata un magnifico fallimento.

Ha paura della morte?

No, della sofferenza. Vorrei subito l’eutanasia anche per il raffreddore. Sono per l’eutanasia anche per il raffreddore.

 

fonte: linkiesta